venerdì 8 novembre 2013

2012 - MAROCCO, Atlante (dal mio diario)

12.10.2012 - le miniere di mibladen … la mattina non promette bene, qualche nuvola, pioviggina; partiamo, piove, imbocchiamo la pista verso midelt, piove sempre di più, ci alziamo di quota, verso 1.800 metri il tempo cambia, esce il sole, la giornata sarà bella come sempre. La strada continua sempre in quota, tra i 1.800 e i 2.000 metri, qualche casa sparsa qua e là, pastori, gente poverissima, hanno solo qualche capra… regaliamo i giocattoli dei miei nipoti e qualche vestito ai bambini… arriviamo ad un passo, ci sono delle antenne, ci fermiamo per un caffè. Là attaccato il ricovero del guardiano delle antenne, pochi metri quadrati, un tugurio senza finestre, una porta sgangherata, … facciamo amicizia con il guardiano; vive là da vent’anni, estate e inverno, da solo… ci invita a bere il caffè all’interno, scambiamo quattro parole, non ha nulla ma ci regala delle mele, gli lasciamo qualche scatoletta e dei biscotti e poi continuiamo verso ait-mekhlauf. La superiamo, imbocchiamo l’asfalto in direzione midelt e ad 80 chilometri dalla città abbandoniamo la strada per seguire i circuito che chiamano des mines. Devono essercene tante di miniere, di alcune se ne vedono i resti, altre si intuiscono… è il vecchio complesso minerario di aouli – mibladen, attivo fino agli anni ’70/’80; ad un certo punto si passa in una gola, da ambo i lati costruzioni fatiscenti, gli accessi alle miniere sembrano sbarrati, saranno ancora in uso??? il luogo a laura ricorda tolkien, il signore degli anelli e le miniere di moria… leggo su internet: dopo la chiusura della miniera avvenuta nel '70, molti minatori, anche provenienti da differenti aree del Marocco, iniziarono a confluire in questa regione con il preciso obbiettivo di cercare buoni campioni di vanadinite e di altri minerali da rivendere sul mercato internazionale. Ancor oggi l'area e' intensamente coltivata con questo obbiettivo, anche se le condizioni di lavoro sono veramente dure, durante l'inverno le temperature sono molto basse e in estate superano i 35° - 40°… Continuiamo ancora per 20 chilometri e siamo al camping municipal de midelt, finalmente una doccia calda!

2011 - MAROCCO, SAHARA OCCIDENTALE (dal mio diario)

plage blanche 8.30 pronti a partire; dopo una breve sosta a sidi ifni per pane e gasolio direzione plage blanche. Appena finisce la strada ed inizia la pista giorgio si infastidisce subito – vorrebbe sabbia e dune e non le aspre piste del marocco. Dice di essere preoccupato per gli amici che ci seguono con il RAV senza le ridotte e totalmente di serie, gli amici però non sembrano per nulla preoccupati, l’unico infastidito è giorgio, anche a franca la strada non dispiace. Dopo un paio di chilometri incontriamo gli amici pordenonesi, hanno fatto il percorso al contrario arrivando da tan-tan e non raccontano di particolari problemi; continuiamo ancora per una decina di chilometri poi giorgio, ad un bivio, decide di abbandonare la pista e tornare sull’asfalto con gran disappunto della compagna e senza far caso alla scala della carta: quel piccolo pezzettino fino all’asfalto sono in realtà ancora 150 chilometri di pista!!! se avesse continuato ne avrebbe fatti solo un centinaio. Io e laura decidiamo di continuare lungo la plage blanche, anzi sopra perché la spiaggia visto il mare grosso e l’alta marea è impraticabile; puntiamo sul vecchio forte di aoreora e, neanche farlo a posta, dopo un’ultima salita, la pista cambia, diventa scorrevolissima (punte di 60 km/h) ed in breve abbiamo alle spalle i 40 chilometri che ci separavano dal forte. Vicino al forte solo uno sperduto militare di guardia, gli verranno a dare il cambio tra 15 giorni. Ci offre un the, contraccambio con una birra, laura lascia doni, per il figlio appena nato, chiacchieriamo un po’ nel nostro francese stentato e dopo aver chiesto notizie sui prossimi 60 chilometri fino a tan-tan proseguiamo ancora per un’ora. La pista, ci ha detto il militare è brutta, ma dopo il oued dràa migliora decisamente; alle 18.00 inizia a far buio, spengo il motore vicino alla baracca di un pescatore, chiedo di poter restare là per la notte – pas de problème – e ci invita a bere un the. Ne approfittiamo per mangiare qualcosa, è da stamattina che non mangiamo e poi, preparata la macchina per la notte ci dedichiamo ai nostri diari. Alle 20.00 il pescatore lascia la sua baracca e si avvia nella notte verso il mare a gettare le esche per l’indomani. Un the e a letto, domani si inizia presto. 14.11.2011 - verso dakhla alle 8.00 siamo già sulla pista dopo aver fatto colazione ed aver salutato il nostro amico pescatore. I primi chilometri sono impegnativi, la pista è brutta, sassosa, andiamo piano, a tratti è sabbiosa, attraversiamo numerosi oued; in certi punti è impraticabile, facciamo delle deviazioni. Alla fine siamo sull’asfalto a 20 chilometri da tan-tan, la superiamo, in direzione di tan-tan plage; ad un incrocio mi ferma la polizia, documenti, sostengono che non ho rispettato un stop, 700 dirham di multa, pago, inutile star a discutere con i neri. Arriviamo al campeggio di tan-tan plage in tarda mattinata, i nostri amici sono là ad attenderci, riprendiamo la discesa verso laayoune. Scendiamo lungo la statale, la strada è bella, scorrevole, poco trafficata; le solite soste di controllo – il più delle volte si accontentano della fiche e della professione. Ci fermiamo ancora, a mangiare, a vedere un gran buco (naturale) sulla scogliera che da’ su di una grotta marina, e poi ancora per visitare la laguna di nidia con i suoi fenicotteri. A tarfaya facciamo gasolio, una fotografia al monumento che ricorda Antoine de Saint-Exupéry (ha scritto le petit prince) e che qua visse, e anche una alla casa sul mare, e poi cerchiamo un campeggio per la notte. Ci dicono che uno è a 50 chilometri sulla strada per laayoune; lo troviamo, in una depressione, vicino ad un lago salato, ci siamo solo noi, la cena sotto al tendone berbero è ottima, un po’ duretta la viande de chameau di laura, le avranno dato lo zoccolo???

giovedì 7 novembre 2013

2013 - VIETNAM (dal mio diario)

12.03.2013 - Sapa ... simpatica giornata: sveglia, lotta con laura per la sveglia, colazione, trekking. Ci incamminiamo giù per la strada verso il villaggio di cat cat, subito ci affiancano delle donne che iniziano a chiacchierare con laura, propongono di lasciar fuori cat cat e di visitare lao chai, il loro villaggio, una sosta per il pranzo a casa loro, e rientro in motorbike, le seguiamo. Sono simpatiche, laura chiacchiera tutto il tempo o meglio si fa capire gesticolando, guai se avesse un braccio inutilizzabile come il mio, … chi la capirebbe!!! Il primo tratto è asfalto, poi tra le risaie, una strada in costruzione, un paio di ponti e dopo tre ore arriviamo al villaggio; è pieno di turisti, tutti fermi per la sosta pranzo, continuiamo a seguire le nostre guide, la nostra casa è lassù, in alto, praticamente sulla strada. Poco prima di arrivare si fermano a fare la spesa: tofu, noodles, uova e pomodori, ancora pochi metri ed entriamo in casa. Ambiente principale, dove i bambini giocano, ma che rapidamente si trasforma in sala da pranzo; ai lati le due parti in cui si divide la cucina: quella con il fuoco che fa anche da riscaldamento, e l’altra che fa da cucina – preparazione. Sopra, dei soppalchi con le camere; scarno anzi nullo l’arredamento, tanti però i bambini, di tutte le misure. Il più piccolo ha viaggiato con noi tutta la mattina, infagottato come un salame in schiena alla madre. Prima cosa, appena arrivata, la madre lo srotola dal bozzolo e lo allatta, poi va in cucina, un buco per terra con del fuoco, e finisce di preparare il lunch; tirano fuori un basso tavolino, delle ciotole di riso, e mangiamo. Tofu a parte, che non mi è mai piaciuto, i noodles con uova e pomodori sono buoni; poi, a pranzo terminato, il mercatino: ogni donna ha qualcosa da proporre … acquistiamo dalle tre che ci hanno fatto da guida per tutto il giorno, un arazzo e due cuscini… tutte avrebbero qualcosa da vendere, spuntano sempre nuove stoffe e nuove venditrici, ma dobbiamo fermarci; è’ stata una bella giornata, con guide non convenzionali, che ci hanno offerto il pranzo, a casa loro, … e per noi questo può bastare. Ci congediamo, saluti, fotografie, abbracci, due degli uomini ci riportano a sapa in moto per pochi dollari; anche stavolta l’ipad ha fatto una parte simpatica: lo stagno ha fatto impazzire grandi e piccini, in particolare quello più pestifero che, toccando lo schermo, ha fatto comparire una foglia ed ha esultato come uno dei giocatori di rugby maori!!! e giù tutti a ridere.

martedì 5 novembre 2013

2009 - ancora Mali

Alla gare di Segou mi offrono un taxi, voglio andare a piedi, non insistono. Verso il centro un’insegna della Castel (birra) e sotto - espace cultural Kora -, sembra un posto alternativo, entriamo per una birra. Che poi diventano tre, e del poulet yassa con riso e poi papaia; le 15.00, forse è l’ora di andare, il cuoco ci offre una stanza in una casa nelle vicinanze: super-spartana, un materasso, due sedie, doccia a secchio – per 3.000 cfa a testa non si può chieder di più. Fuori fervono i preparativi per il festival – giriamo per Segou, tento di ricordare i luoghi visti nel 2002, ritrovo il ristorante di quella notte e l’Hotel de France, ormai è definitivamente diventato un bordello. A sera siamo ancora all’espace cultural, frittata, frittes, birra e un po’ di buona musica - iniziano a suonare dal vivo. Andiamo a zonzo fino alle 24.00, suonano ad ogni angolo, le ragazze sfoggiano gli abiti migliori e pettinature ardite. Segou è in festa, ultimi preparativi, ultime prove; giriamo alcune ore, poi un the e una pausa, riprendiamo il giro, domani sicuramente l’area del festival sarà vietata senza il braccialetto da 100 €. In fondo una fabbrica di vasellame, e lungo il Niger tante donne che lavano tutto – abiti, stoviglie, vasellame, bambini, verdure, loro stesse, … più avanti una catasta di vasi, piatti, ciotole, contenitori di ogni forma, … Laura vede un balafon, discute con il proprietario, lo compera per 1.500 cfa, solo poche ore prima, da un’altra parte, ne avevano chiesti 20.000 – … è un buon prezzo – dicevano. Passeggiando incontro Kalil, non lo riconoscerei sicuramente se non fosse lui a fermarmi: “sei Mauro???.... sono Kalil, ti ricordi???” – un abbraccio - “ora ho da fare, ci sentiamo poi”. A sera siamo a cena al Restaurant Golfe con Kalil, parliamo di un tour nella parte settentrionale della falaise Dogon, verso Douenza: sembra serva un 4x4, il prezzo diventa molto alto, meglio ripiegare sul solito trekking ai piedi della falaise, ne riparliamo domani, ed intanto un complesso si esibisce i ritmi infernali e danze scatenate. … si dimostrano da subito gentili, ci fanno visitare le varie aule, nonostante le lezioni siano in corso, e ci presentano ai ragazzi come Laura e Maura, venuti a visitare la loro scuola – se ne ricordano e il giorno dopo, quando ci incontrano per strada, ci salutano, ricordano i nomi; soprattutto quello della professoressa Laura, la riconoscono, la fermano per strada, la salutano: è la professoressa venuta a visitare la loro città, la loro scuola!!! Camminiamo lungo la corniche, osserviamo la vita sulla riva del Niger, scherziamo con i bimbi, fino ad un laboratorio di tessuti bogolan: i telai sono al lavoro, ci illustrano le varie tecniche, hanno una boutique stupenda, e sopra una terrazza coperta, e un meraviglioso scorcio di vita sul fiume, e anche coca ghiacciata, e succo di baobab, difficile andar via… Ritorniamo in zona festival; dopo un po’ iniziano a suonare, la folla (per lo più locali) aumenta, dopo un po’ è tutto un delirio, atmosfera magica, gente che balla, strilla, siamo circondati dai bambini, dalle ragazze – atmosfera indescrivibile, la folla aumenta, in mezzo qualche timido turista, Laura ormai persa. Andiamo a bere una coca, poi ancora una birra, Laura continua a far amicizia con tutti, a parlare e discutere con chiunque; arrivano altri venditori, compero tre collanine, un ragazzo sostiene di avermi conosciuto a Mopti durante il mio precedente viaggio: “ero ancora un bambino” mi dice. Ultimo giornata di festival, domani partenza per Djennè e Mopti; tutti i ragazzini ormai conoscono Laura, la chiamano per nome, la fermano per strada. Passiamo la giornata per le vie del festival, assillati dai venditori; facciamo cento nuove amicizie: un artigiano ci mostra le varie fasi del confezionamento di una borsa, accanto a lui un ragazzino di otto o nove anni costruisce ciondoli e catenine. Continuiamo lungo la sponda del Niger, dapprima una gara di piroghe accompagnata dal canto stridulo di una voce femminile, poi assieme a centinaia di locals e pochi turisti, attorno ad un palco a sentire la voce di due stelle locali accompagnate da batteria, basso e chitarra, da un tastierista, ma anche dai suoni inconfondibili del balafon, delle calabasse, del tamburo. La gente è, come ieri, in delirio, gli artisti ballano sul palco, scendono tra la folla; una cantante/danzatrice si dimena vorticosamente, tutti battono aritmicamente le mani. Rivedo ancora visi già conosciuti ieri, salutano cordialmente, si parla, una ragazza, conosciuta ieri, oggi mi sbuccia un’arancia, me la regala e poi, quando tutto finisce, con naturalezza mi tocca un braccio per richiamare la mia attenzione: “ salut, je vais à la maison” mi dice “ à la prochaine …” con naturalezza, e così tanti altri. Arriva sera, ancora una bière à pression, vinco un capellino, incrocio il mio amico sarto – Armani di Mopti - e poi Charli, beviamo ancora una birra, “telefonami quando arrivi a Bamako” mi dice “ho dato il mio numero a Laura – dov’è ora? in hotel?”. A cena pochi minuti per concordare un trekking nei Pays Dogon, Kalil fa da intermediario, ci procura una buona guida, il prezzo è buono – 250 euro, per due persone, quattro giorni, tutto compreso – la guida è un dogon, è un suo amico, lui ritorna a nord, a Timbuctù, deve portare delle persone nel deserto; lo saluto, lo invito a casa mia, so che ci rivedremo.

venerdì 14 novembre 2008

la pattuglia acrobatica



il termine ce lo aveva suggerito l’amico Sergio,
eravamo a cena, si chiacchierava del più e
del meno,
la Scuola stava per nascere, ancora qualche ritocco per far digerire alle due sezioni del CAI di Trieste che la Scuola di Scialpinismo non era proprietà nè dell’una, nè dell’altra ma figlia di entrambe, e poi…

noi… Piero, Rado, Pino, Diego, Franco, Lucio ed io, entusiasti per il nuovo gioco, ascoltavamo avidamente i racconti di quello che sarebbe stato, per lo meno sulla carta, il nostro primo direttore, in attesa che uno di noi diventasse istruttore nazionale, conditio sine qua non, per dirigere un corso od una scuola del Club Alpino Italiano.

…nella nostra scuola facciamo così, …è meglio in questo modo, …così ci sono meno problemi, …ma bisogna far attenzione a, …e quella volta che…, un susseguirsi di consigli, indicazioni, regole, aneddoti e storielle varie.
“e quelli più imbranatelli sugli sci”, ci diceva, “hanno bisogno di un occhio di riguardo, è gente che va da sempre in montagna, gente entusiasta, non troppo a suo agio sugli sci ma pur sempre capace di dare notevoli soddisfazioni ad un istruttore, gente che non molla” …ed è quella sera che è nata la pattuglia acrobatica.

in un corso di scialpinismo, come in tanti altri corsi, sei diviso in gruppetti autonomi, alcuni allievi e un istruttore, con un aiuto-istruttore talvolta.
ma la pattuglia acrobatica non era proprio il gruppetto più ambito da nessun istruttore o aiuto; “ancora una domenica così e mi dimentico come si scia” aveva esordito Franco, dopo una giornata passata a tirar fuori gli acrobati da mucchi di neve o da macchie di mughi che si erano improvvisamente spostati!!!
ed allora, più di qualche volta, la sera in rifugio, gli allievi ormai a letto,
la pattuglia acrobatica, complice un bicchier di vino,
noi istruttori ce la giocavamo a mora.

poi, negli anni, la pattuglia è stata sciolta, nuovi metodi di insegnamento imponevano che gli allevi venissero mischiati ad ogni uscita, che non esistessero dei gruppi fissi.
alcuni visi non li ho rivisti mai più, altri ancora hanno continuato nella lotta con l’alpe, sono diventati scialpinisti di nome e di fatto, negli anni abbiamo percorso assieme splendidi itinerari, e alcuni di loro, forse, non hanno mai saputo di aver fatto parte,
una volta,
di una pattuglia acrobatica, io non me lo ricordo,
è passato troppo tempo.

martedì 28 ottobre 2008

... mi col mus, ti col tram...



… probabilmente persi , anzi, sicuramente persi, su indicazioni di un dentista, tedesco, albino, drogato, omosessuale e del suo concubino che è un ergastolano…



la stupida battuta del film cult Marrakech Express continua ad ossessionarmi,
a girarmi vorticosamente per la testa…
sono le ultime ore della notte o le prime del mattino che dir si voglia,
fuori una Casablanca ancora addormentata, mi assopisco anch’io nella sala d’attesa dell’aeroporto, aspettando il primo treno per Fès;

sto andando, ancora una volta, a perdermi in Africa.

attraverso la ville nouvelle di Fès, come solitamente viene chiamata qua, in nord-africa, la parte europea delle città, entro attraverso la Bab Bou Jeloud, nella medina, la città vecchia, la parte araba, ancora oggi circondata da alte mura, sulle quali si aprono porte imponenti usate tuttora come punti di riferimento; è questa la parte viva delle città, viuzze strette ed acciottolate, dove fervono i commerci, un susseguirsi di botteguzze che vendono generi alimentari, carni, pollame, ortaggi, vestiti, tessuti, artigianato, ed ogni sorta di… maroquinerie; ad ogni angolo improvvisati e scalcinati banchetti, nel mezzo una fiumana travolgente di persone che contratta, strilla, compera, spinge carretti, accalappia ignari turisti, - e poi ancora ciclomotori, furgoncini, carri riempiti all’inverosimile, asinelli stracarichi, ragazzini… chi si ferma è perduto… in fondo, all’estremità opposta, le concerie, vi arrivo guidato dall’odore; in enormi vasche, lavorano immersi fino alla cintola, conciano e tingono - usando calce, sterco e urina come fissatori per i colori - l’odore è nauseabondo.

la mattina seguente sono sulla terrazza per la colazione, con la solita calma tutta africana, arriva una donna a ripulirla – la notte era piovuto – e finalmente, poi, la colazione – a mie spese scoprirò che fuori non comperi nulla da mangiare o da bere fino a sera, siamo in pieno ramadan.
vado alla scoperta della medina, mi accalappia subito la solita faux guide, sembra un ragazzetto sveglio – ma lo sembra soltanto - ne combina una più di Bertoldo, meglio che cambi mestiere.

alle prime ore del pomeriggio liquido la guida con la somma pattuita e ritorno nella medina, ho visto un simpatico paio di orecchini e voglio vedere di trattarne il prezzo.
durante la trattativa mi portano anche a vedere il laboratorio orafo – sicurezza sul lavoro e 626 la fanno da padroni!!!
dopo poco si scatena un violento temporale che in breve trasforma le strade in torrenti – mi guardo attorno, una tettoia, un gradino che sembra alto, là non c’è nessuno, ne approfitto – mi ritrovo quasi subito con l’acqua alle caviglie ad aspettare un raggio di sole… ecco perché là non c’era nessuno!!!
il nubifragio cessa, giro ancora un po’, il canto del muezzin mi trova già con le gambe sotto al tavolo di un ristorante mentre fuori sta per scatenarsi un altro temporale; soup, brochettes de poulet, riso, patate fritte, corno di gazzella - fuori piove a dirotto.

all'alba sono alla gare routierre, l’autobus è là, pronto… arrivano le 8.00 prima che parta.
mi godo, nell’attesa, i personaggi che salgono a bordo a far comizio, un predicatore cieco dapprima, poi un venditore di snacks, e ancora un ulteriore venditore che illustra le proprietà della sua miracolosa pomata - nessuno si lascia abbindolare - da ultimo
sale un vu cumprà originale marocchino con un nutrito campionario di orologi ed occhiali – e riesce pure a piazzarne qualcuno.

il viaggio scorre tranquillo, gente che sale, gente che scende, le solite baruffe… arrivo a Beni-Mellal, proseguo subito per Azilal… sta per scoppiare l’ennesimo temporale, come ieri Fès, in breve, Azilal si trasforma in un torrente.
ancora cinquanta chilometri per Zouiat Ahansal, ho appuntamento là,
un po’ più su, al villaggio di Taghia;
ma la strada non è asfaltato, c’è un passo da superare, visto la situazione metereologica degli ultimi giorni poche sono speranze di riuscir a trovare un grand taxi - un taxi collettivo - che salga: mi tolgono subito ogni velleità – la strada è interrotta, in cattive condizioni – nessuno parte.

cambio di programma, salgo su di un autobus per Marrakech;
scendo alla gare routierre principale, mi oriento, conosco un po’ la città, ci sono stato altre volte, provo a raggiungere Diemme el-Fna, dopo un po’ vedo la Kartoubia, inconfondibile, sono arrivato.
la piazza si prepara alla sera, giocolieri ed incantatori di serpenti lasciano il posto alla moltitudine di chioschi enogastronomici, un tempo riservati ai locali, ora ad uso e consumo dei turisti più arditi.

il giorno seguente mi sveglio in una Marrakech insolitamente tranquilla, deserta, addormentata; chiedo spiegazioni in uno dei pochissimi negozietti aperti: “oggi è festa” mi dicono “ieri è finito il ramadan”.
vago per una città a me sconosciuta, diversa, anonima; niente guide, niente procacciatori, la piazza è vuota, anche i serpenti dormono ancora; mi aggiro per i souq, vie deserte, troppo larghe, pochi i turisti, perplessi, quasi allo sbando;
la trasformazione nella Marrakech che conosco inizia solo quando scende la sera,
la piazza si illumina, diventa una bolgia,
la Marrakech di sempre – ancora una volta,
dopo più di vent’anni, l’Africa è riuscita a stupirmi.

una sgambata di buon mattino, un caffè, il biglietto…, l’autobus parte quasi subito; il viaggio è piacevole, fuori il marocco scorre veloce –
Essaouira, Terraudant, Ouarzazate -
in fondo all’autobus una gallina si mette a starnazzare mentre, durante le soste, si susseguono mendicanti, ciechi, e anche un menestrello, alla jimi hendrix, che tira fuori note stridenti e stonate strisciando con un archetto su di un rozzo mandolino e accompagnando il tutto con una cantilena - alla fine rimproveri ed anatemi, rivolti a chi non gli dà una monetina!!!

sempre in l’autobus, vado verso l’Alto Atlante, fuori solo rocce e pietre, e l’argan, un albero simile all’olivo, estremamente versatile, peculiare di questa zona del Marocco, vitale per l’economia locale; fornisce legna da ardere, foraggio per le capre, ed un prezioso olio viene ricavato dalle sue nocciole; da sempre le donne berbere lo utilizzano per cucinare, come unguento da spalmare per la cura del corpo, ottimo per ferite, dolori reumatici e dicono, delizioso sulle insalate.
a terra niente, solo rocce e pietre, povere capre, qua le vedi arrampicate sugli alberi per mangiarne le foglie.

Ouarzazate è tranquilla, toccata solo marginalmente dal turismo, è un punto di partenza per escursioni o viaggi nel deserto.
la strada continua per Tinerhir e per le Gole del Todra – trovererò là i miei amici?
insh’allah


sono a 15 km , qua gioco in casa, ho arrampicato più di una volta a Todra in passato, rispolvero i ricordi:

… con un grand taxi salgo alle gole; non riconosco la strada!!! un susseguirsi di auberge, hotel, restaurant, camping, maison d’hotes… il taxi mi fa scendere all’imbocco delle gole, accanto ad un hotel, stento a ricordare com’era un tempo il rifugio/auberge de Mansour, il più scalcinato dei tre rifugi delle Gole, di quei tempi gli è rimasto solo il nome.

… attraverso il fiume, ora c’è un ponticello di legno e non più i ragazzini pronti ad aiutarti per qualche spicciolo, sono rimasti solamente quelli che ti vendono i cammelli fatti con le foglie intrecciate – a prezzo fisso!!!

… più avanti gli altri due rifugi storici, ormai diventati hotel;
la strada l’hanno asfaltata, un via-vai di camion, furgoncini, camionette, moto, macchine, quad e gli immacolati toyota delle agenzie turistiche.

…gli amici mi vedono, mi vengono incontro, guardo Mauro in faccia, e mi sembra di vedermi allo specchio, nei suoi occhi sconsolati rivedo le Gole com’erano solo 15 anni fa.
“non arrampica più nessuno” mi dice “gli spit stanno arrugginendo, su quelli più bassi i venditori di souvenir hanno attaccano i tendalini delle loro barracchette”, e scuote il capo.

… risaliamo la strada,
dietro la curva mi sembra di aver visto una vecchietta berbera che incita i suoi somarelli pieni di fascine, mi affretto, voglio fare una fotografia – mi accorgo che è solo un miraggio -.

… arrampicano un po’ nelle Petites Gorges, tutti si fermano a guardare e a fotografare, - ormai un climber è una rarità da queste parti, anche per chi ci vive.

… poi la cena – ancora ricordi – basta farsi male!!!

venerdì 14 marzo 2008

... e il termos? lo hai preso???


prima salita scialpinistica invernale all’Ararat, recitava l’invito spedito dagli amici turchi e rivolto ai rappresentanti dei vari Club Alpini europei, una salita internazionale con alpinisti da mezza europa e dalla russia anche.
Un attimo di esitazione, e poi decidiamo di unirci all’eterogeneo gruppetto di italiani pronti alla partenza: tre milanesi, un genovese, un valdostano e perché no, anche due triestini.
Sci e zaino sono sempre pronti, gli ultimi acquisti, le pellicole, la tendina, bene c’è tutto, partenza da Lubiana; il volo con la JAT è tra i più economici anche se arriva un giorno prima, andremo a visitare Ankara.
Il giorno della partenza il tempo è schifoso, andiamo a Lubiana speranzosi ma, troppa nebbia, volo cancellato.
Con il denaro del biglietto restituitoci affoghiamo la disperazione in una pantagruelica cena a base di pesce e, alle 23.00, siamo nuovamente a casa, delusi per il bel viaggio svanito.

L’indomani il telefono squilla che sono ancora a letto: “ma non sarete mica scemi!!!”
è Piero, l’amico di tante discese ed anche incallito viaggiatore africano: “non vi lascerete mica sfuggire un occasione come questa???? c’è sempre tempo per riempire il cassettino delle occasioni perdute, siete ancora in tempo, domani il primo volo per Roma parte alle 6.00 e da là siete ad Ankara in giornata”.

Due giorni dopo siamo con gli altri in albergo a Dogubeyzit, al confine con Iran e Armenia, Anatolia Occidentale, alle pendici dell’Ararat, l'Agri Dagi come lo chiamano i Turchi, e fervono gli ultimi preparativi.
“hai preso il fornellino, e la bomboletta di riserva, e le batterie, e un paio di guanti di ricambio? hai tu la corda? hai preso le barrette energetiche, e il termos?”
“…il cosa, il termos, lo sai che non lo uso, non lo ho mai portato, quando cammino preferisco una bella coca-cola.”

Un urlo da belva ferita scuote l’albergo: ”ma come, vuoi salire lassù, camminare tutta la giornata, senza il conforto di una bevanda calda, ma che razza di alpinista sei, ma chi ti ha insegnato ad andare in montagna???”
“tu veramente, ma non preoccuparti, abbiamo il fornellino” rispondo, “e la sera, in tenda, avremo tanto tempo per farci una bevanda calda”
“non fa niente, ma durante il giorno, con venti gradi sotto zero, non vorrai mica bere coca-cola?
“… per fortuna, io, ho il mio termos, ma non chiedermi nemmeno una goccia di tè” e così dicendo si gira per prenderlo ma, lo urta accidentalmente e il termos cade in mille pezzi.
“ecco, ora non abbiamo neanche il tuo termos, ma non ti preoccupare, ti darò un po’ della mia coca” gli grido scappando dalla stanza inseguito da uno scarpone da sci.

Poi l’Ararat siamo riusciti a salirlo comunque, è stata una bella salita, a distanza di vent’anni ricordo quei momenti e… sorrido: durante i due giorni di bufera, passati in quattro in una tendina da due, a 4.000 metri, un po’ di tè caldo lo avrei bevuto volentieri…!